Il gruppo psicomotorio nella scuola dell’infanzia

caccia al tesoro 2018

In Italia, nelle scuole dell’infanzia, la psicomotricità è una pratica ormai diffusa e consolidata da circa venticinque anni. Il suo riconoscimento, non solo come pratica ma anche come modus operandi di chi si occupa del bambino, è inequivocabile e condivisibile. Non altrettanto si può dire per lo psicomotricista, il quale, in attesa di un riconoscimento preciso, compie percorsi formativi simili tra loro ma non ancora univoci. Se consideriamo che la psicomotricità è spesso condotta dalle maestre o da laureati in scienze motorie o scienze della formazione, è facile intuire, anche senza competenze specifiche, che il bambino può ricevere, ad insaputa sua e del genitore, proposte anche molto diverse tra loro. Non si tratta di giudicare le proposte o la preparazione professionale dei singoli operatori. La necessità è quella di comprendere cosa si fa e come lo si fa, guidati unicamente dal senso dell’azione per il bambino, che deve rispondere sempre ai suoi bisogni.

Le istituzioni scolastiche hanno l’obbligo garantire la sicurezza dei bambini. Ne sono responsabili. Debbono perciò tutelarsi quando nella scuola entra un esperto come lo psicomotricista che non fa parte del personale. Così si spiega l’obbligo della maestra di presenziare durante il vissuto psicomotorio. Lo psicomotricista conduce così il gruppo in sua presenza. Questa scelta, se pur dettata da necessità giuridiche, merita alcune riflessioni, prima ancora che giudizi. 

La maestra attenta, curiosa e accogliente ha la possibilità, in questa situazione, di osservare il bambino in una situazione di forte spontaneità, di rintracciare in lui le parti più autentiche. Il confronto e il dialogo con lo psicomotricista, al termine del vissuto, possono arricchire le azioni educative nel loro complesso, creare nuove angolazioni di sguardo, nuovi orizzonti metodologici. Niente è più formativo che guardare un bambino giocare in spontaneità senza alcun obbligo di intervento.

Tuttavia è necessario aver chiaro il ruolo e il significato di queste due figure che sono presenti nello stesso istante, con gli stessi bambini ma che hanno ruoli diversi e soprattutto valenza simbolica diversa.

L’insegnante è colei che accompagna il bambino nel suo percorso verso l’identificazione piena e l’autonomia. Per farlo utilizza diversi strumenti a sua disposizione, in un equilibrio costante tra ascolto e richiesta, strutturando via via quel contenimento senza il quale il bambino si sentirebbe in difficoltà. E’in questo senso che va colta la necessità della regola, di cui l’insegnante si fa garante per l’equilibrio del bambino stesso.

Lo psicomotricista lavora con il corpo del bambino e muove il suo mondo interiore, affettivo, oltre che il suo pensiero. Attraverso il corpo lo porta a viversi come unità definita e autonoma, ne struttura la percezione di sé, la consapevolezza. Attraverso il corpo favorisce l’espressione delle emozioni, prima ancora del loro riconoscimento e della loro gestione. Lo lascia “parlare” e lo rassicura, gli dona lo sguardo per riconoscerlo. Tutto questo con il linguaggio del corpo. Ancora, a partire dal corpo consente l’orientamento nella realtà fatta di spazio e tempo, preludio per un corretto futuro apprendimento.

Entrambe le figure lavorano quindi in direzione dell’autonomia del bambino. Ciò che diverge è la modalità con cui operano. Se l’insegnante è necessariamente legata alla realtà, al concreto, di cui le regole fanno parte, lo psicomotricista offre spazi aperti, dove il bambino può sperimentare e sperimentarsi, senza alcun giudizio e nel contenimento affettivo.

Per questo motivo l’incontro psicomotorio si svolge in un ambiente ben preciso, uno spazio che il bambino sa collocare, a cui può attribuire un certo significato. Egli sa che è solo in quello spazio, in quel preciso momento, con quel adulto, che egli può vivere determinate situazioni. Se non fosse così si creerebbe confusione.

Questo vale anche per l’insegnante, che insieme allo psicomotricista, allo spazio e agli oggetti fa parte del setting psicomotorio. Il suo atteggiamento deve essere quindi chiaro e inequivocabile: di osservazione. Se ci fosse il suo intervento attivo attraverso il movimento o la parola si rischierebbe di confondere al bambino i confini tra dentro e fuori, tra ciò che si può e non si può fare, arrivando ad inibire il bambino nel suo fare spontaneo o a legittimare la prosecuzione della psicomotricità in classe che a quel punto, perdendo di significato, diventerebbe caos, provocando la disapprovazione della maestra.

Ciò non significa assolutamente isolare l’insegnante dall’intervento psicomotorio. Al contrario, la sua osservazione, discreta e silenziosa, può aiutare lo psicomotricista e quindi migliorare la sua azione

 

 

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